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Rubrica di Emanuela Medi

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Una delle storie più belle narrate da Benedetto Croce, è quella di Alfonso d’Aragona e Lucrezia D’Alagno Alfonso, giunto come conquistatore a Napoli vi si trasferì definitivamente, innamorato parimenti dell’amenità dei luoghi e delle dolce, giovanissima Lucrezia. Spesso si tratteneva a Torre del Greco, nei giardini della casa dove vivevano i D’Alagno, dove si era fatta edificare una stanza. Lí la fertilità della terra si rivelava in tutta la sua profumata bellezza e della sua regale generosità tutti i D’Alagno ebbero modo di fare esperienza. Lucrezia, aspettando di poter diventare regina alla morte della ormai non troppo in salute Maria di Castiglia, amava considerarsi piuttosto la fidanzata che l’amante del re. E come tale era trattata da ambasciatori e sovrani che sovente venivano ricevuti in quei giardini prediletti dal re. La tradizione vuole che Alfonso abbia importato, proprio nella zona vesuviana, i suoi vitigni preferiti: un’uva bianca, rotonda, dalla consistente buccia dorata. Un’uva davvero regale che, una volta impiantata nel terreno vesuviano, ne assorbì talmente la forza da diventare, potremmo dire con un po‘ di immaginazione, come il re, impossibile da trapiantare altrove. Un vitigno che ancora oggi conserva il nome della sua provenienza: Catalanesca, e che produce un vino in duplice versione,

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  Tra le prime riflessioni del Imperatore Romano Adriano (117-138 D.C) immaginato/ricostruito da Marguerite Yourcenar (scrittrice francese prima donna eletta alla Academie Francaise), trova spazio anche un argomento apparentemente triviale, quello del cibo, che va ad inserirsi organicamente nella lunga meditazione spirituale e filosofica dell’imperatore Due sono le polarità entro le quali l’imperatore fa scorrere il filo delle proprie riflessioni: “l’ostentazione di ascetismo”, praticata dalle scuole filosofiche la cui indicazione era l’astensione dalla carne , e quella “dell’eccesso sregolato” dei Romani, frequentatori di sfarzosi banchetti in cui la vorticosa successione di vivande non è che un pretesto per ostentare ricchezza e una artificiosa elaborazione che si vorrebbe – ma che non è – raffinatezza. Adriano prende le distanze da entrambi gli atteggiamenti con augusta ironia: come non ridere del cuoco Apicio (un vero “chef stellato” dell’antichità), che “va fiero della successione di portate, di quella serie di vivande piccanti o dolci, grevi o delicate che compongono l’armonia disposizione dei banchetti” senza rendersi conto che tali cibi “serviti così giornalmente alla rinfusa in mezzo a una profusione banale […] formano nel palato e nello stomaco di chi mangia una confusione detestabile”. L’imperatore, come spesso avviene, preferisce piuttosto fare “alla greca” perché “quel vino che

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Ha intuito per prima le potenzialità della vinoterapia nel mercato dell’anti-aging e oggi, a 23 anni dalla sua nascita, Caudalie raggiunge traguardi ambiziosi e registra dati sempre più crescenti. Dietro c’è una storia di persone, terra e beauté. Chateau Smith Haut Lafitte, vendemmia 1993. Mathilde e Bertrand Thomas, poco più che ventenni, tra le vigne del castello di famiglia, là dove si producono alcuni dei più grandi vini del bordelais, scoprono dall’incontro con il Prof.Vercauteren - illustre ricercatore della Facoltà di Farmacognosia di Montpellier - che gli scarti della vendemmia, semi, graspi etralci di vite contengono utili alleati nella lotta contro i radicali liberi. Una scoperta che non lascia indifferenti Mathilde e Bertrand che, con grande determinazione, al fianco del celebre ricercatore, cominciano studi e ricerche per la realizzazione di prodotti di beauté in grado di sfruttare le eccezionali qualità della vite, non a caso una delle piante naturalmente più forti e longeve. La sfida è riuscire ad estrarre e ad utilizzare i preziosi attivi e a mantenere la stessa efficacia che dimostrano in natura anche all’interno di formulazioni cosmetiche. L’obiettivo viene centrato nel 1995. Un primo brevetto - oggi sono ben quattro - per l’estrazione e la stabilizzazione dei principi attivi estratti

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Partì bambina insieme al padre per starci pochi mesi. C’è rimasta fino ad oggi. La storia di Bruna Bianchi che a San Paolo del Brasile nel 1967 conobbe Giuseppe Ungaretti, è strettamente legata al vino. E attraverso il vino si è dipanata fino ad oggi. Raccontarla, partecipi con mio marito Marco della festa per la pubblicazione del libro "Lettere a Bruna”, non poteva che emozionarmi e soprattutto non poteva non essere raccontata! La famiglia è originaria delle Langhe e il padre della ragazza venne inviato dalle Cantine Bosca di Canelli, nel Monferrato, a espandere la produzione e la vendita del famoso vino metodo champenois italiano. E’ il tempo dell’epopea di coraggiosi italiani che portano il vino tricolore in tutto il mondo. Bruna, all’epoca impiegata ventiseienne, al termine di un incontro di Ungaretti con il pubblico (Ungaretti era stato professore nell’Università della metropoli brasiliana dal 1937 al ’42), gli porge un fascicoletto di sue poesie. Il poeta è famoso in tutto il mondo, è vedovo ed ha settantotto anni. Dal loro incontro nasce un amore folle, durato circa due anni, i cui protagonisti staranno insieme in Italia e in Brasile soltanto per pochi mesi. Per il resto del tempo, lontani, si scambieranno una

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Il principe dei detectives non disdegnava un buon bicchiere di vino, e nelle sue avventure non mancano riferimenti a questo o a quella tipologia del prodotto del vitigno sacro a Bacco. Ma nell'età vittoriana in Inghilterra, si sa, i costi del buon vino potevano essere proibitivi persino per Sherlock Holmes, eppure una volta egli riuscì ad assaggiare, grazie ad uno dei sui più celebri travestimenti, niente di meno che il vino dell'imperatore Francesco Giuseppe. Nell’ultima avventura di Holmes (His last bow, L’ultimo saluto), ambientato alla vigilia della prima guerra mondiale (1914), si legge: “Perbacco! Tokai!” esclama il barone Von Herling, segretario dell’ambasciata tedesca a Londra, indicando una bottiglia sigillata e coperta di polvere accanto a due bicchieri su un vassoio, rivolgendosi a un suo compatriota, il barone Von Bork, un agente segreto che ha appuntamento con un certo Altamont. Ma sotto le mentite spoglie di costui si nasconde Sherlock Holmes, che aveva conquistato la fiducia della spia fornendo informazioni militari, naturalmente false, d’accordo col controspionaggio inglese. Von Bork spiegò: “Altamont è un intenditore di vini, e si è incapricciato del mio Tokay”. Successivamente il sedicente Altamont si presenta all’appuntamento e con l’aiuto di Watson, che lo ha accompagnato fingendosi il suo autista, coglie di sorpresa Von

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A cosa pensiamo alla vista di un piatto di pasta al pomodoro? Perchè davanti a una tazza di cioccolata ci sentiamo coccolati? Più che il gusto è la vista, meglio il colore di un cibo, il primo elemento che ci colpisce e che ha una forte influenza nella percezione del gusto. Nella tradizione cinese con i colori si classificano anche i sapori: rosso per l’amaro, giallo per il dolce, bianco per il piccante, nero per il salato, verde per l’acido. Nel Medioevo l’aggiunta di additivi colorati è fatta per esaltare il sapore di un cibo, necessità ribadita, nell’Ottocento, da Alessandro Dumas nel “Grande Dizionario di cucina”. Nella nostra tradizione culinaria molti alimenti rivelano anche un valore simbolico nel legame tra colore e cibo: BIANCO: indica luce e purezza. I cibi bianchi comunicano solennità, come nelle torte nuziali, ma anche la semplicità dei bambini che mangiano il latte con il riso. ROSSO: caldo ed eccitante, i cibi di questo colore sono considerati apportatori di energia, come carni, vini, fragole o pomodori maturi. Presente nelle divise degli addetti alla ristorazione, sembra che il colore rosso attiri l’attenzione del consumatore. VERDE: colore della natura e della vegetazione è anche il simbolo della rinascita, della forza e della speranza.

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Tornando da Roma mi fermo spesso in un locale sul lungomare di Gaeta: la Pizzeria del Porto, attratta soprattutto da un’atmosfera un po’ retrò, tipo Porto delle nebbie, che qui si respira. Ma mai avrei immaginato di farvi un incontro così interessante. Culturalmente interessante, intendo. Dunque un giorno proprio mentre entravo, udii una voce che diceva: “Mi raccomando, la solita Tiella di Enea”. Io, che quando sento un nome legato al mito, subito provo un’irresistibile curiosità, chiesi al mio vicino. "Di Enea? Lei intende proprio l’eroe Troiano?”. “Certo - mi rispose lui sorridendo - questa di Gaeta, non è una vera e propria pizza. E’ invece un antichissimo piatto, si, intendo proprio “piatto” nel senso del contenitore. Si chiama infatti Tiella perché è, come la Tiella (la padella napoletana) il più antico e diffuso contenitore del cibo, solo che qui a Gaeta il contenitore è scomparso, diventando parte integrante del suo contenuto, un piatto che si mangia. Infatti la Tiella può contenere di tutto: verdure, polpi, ricotta. Non come la pajlella spagnola però, che si serve appunto nella padella. Questa, invece si serve da sola, senza contenitore. Ricorda la profezia che guidò Enea in Italia”. “Certo - risposi - diceva che Enea avrebbe

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Pasta con condimento di solo formaggio: una consuetudine antichissima (ne abbiamo testimonianza dagli Etruschi) che aveva come protagonista indiscusso il cacio o formaggio stagionato, quasi certamente di capra o pecora, gratugiato, al quale, non raramente, erano aggiunte cannella, spezie e nell’Italia settentrionale anche burro. Un monopolio che venne infranto solo nel Settecento quando Vincenzo Corrado ne “Il Cuoco Galante” (1773) descrive Di Timballi di maccheroni al sugo di carne, con farcia di carne di vitello, uova, midolla di manzo e parmigiano. Ma sempre di cacio si era trattato sia per la pasta fresca che secca che per le lasagne , come ne testimonia il "Liber de coquina", il più antico e anonimo ricettario dell’era italiana, della corte di Napoli come in altri importanti ricettari del Trecento. Non cambia il condimento, tra il Quattrocento e l’inizio il Cinquecento quando il Maestro Martino da Como propone maccaroni siciliani, conditi con formaggio grattugiato, burro, spezie dolci da adattarsi anche per i vermicelli e lasagne che possono godere della presenza delle mandorle, secondo le regole del biancomangiare. Non erano da meno i Romani con i maccheroni ripieni di formaggio duro, zucchero e cannella. La presenza del RE formaggio era indiscutibile anche se qualcosa cambia con Vincenzo Agnoletti

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La cantina è la camera da letto giù dal basso. Silenziosa, profonda, oscura. Esposta a Nord. Né troppo bianca, né troppo umida. Senza odori di mela e legna verde. La cantina è un luogo di culto pieno di misteri. Il vino deve restare imperativamente chiuso da un tappo di sughero, per evitare che questo si secchi, perda di elasticità e si restringa. Se il tappo si restringe, l‘aria vi passa e il vino si ossida. Le dilatazioni e le contrazioni offuscano irrimediabilmente il vino. Le bottiglie giacciono distese come su un’ottomana, sistemate una di testa una di fondo. Fanno pensare alle bellezze dormienti di Kawataba la cui nuca sembra così facile da spezzare o anche alla fanciulla sorpresa a dormire con un seno alla’aria. Madelaine Bonjour in "L’imaginair du vin" aveva fatto l’inventario delle etichette di alcuni grandi granai per tipo di vini: tutta la storia di Roma era rappresentata, da Marziale che parla di un “dell’annata di Opimio” a Orazio che in un’ode celebra “un'anfora della guerra Marsica” a un vino che proveniva da Setia ( l’attuale Sezze nel Lazio). La cantina è come un momento di pausa che la storia si prende, è come la somma di piccoli frammenti di vino

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Territorio di eccellenza per la produzione vitivinicola del Sangiovese, la Toscana ha avuto un ruolo importante nella produzione agricola dell’Italia. Se dobbiamo riferirci a Plinio il Vecchio, la vite era coltivata ancora prima dei Greci e degli Etruschi. Con la caduta dell’impero Romano questo prezioso bene della natura, viene coltivato dagli ordini monastici - come quello di Vallombrosa - i quali oltre a farne uso “sacrale” ne facevano oggetto di commercio. Bevevano vino i nobili Antinori, mercanti di vino fin dal 1385, ma anche i Ricasoli, gli Albizzi-Frescobaldi e molte altre famiglie altolocate, che lo vendevano non solo nei "tabernacoli", piccoli locali a livello della strada dei loro palazzi, ma anche quello da “asporto”, senza intermediari, nelle classiche fiaschette rivestite di paglia, antesignane della famosa “fiasca” del Chianti. Beveva vino il popolo sebbene fosse miscelato con acqua. Facciamo un salto generoso di secoli per arrivare al 1716 quando il Duca Cosimo III nel 1716, precorrendo le DOC, stabilisce con precisione i confini delle quattro zone vinicole più importanti della Toscana: Chianti, Pomino, Carmignano e Val d’Arno di Sopra. Per la prima volta i vitigni vengono studiati e classificati su base scientifica dalla Accademia dei Georgofili e solo nel 1874 viene definito da Bettino

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