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Rubrica di Emanuela Medi

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Curiosità

Si ride e si scherza con l’agronomo Giovanni Morelli, particolarmente “ispirato” secondo l’addetta alle Pubbliche Relazioni di Banfi, Lorella Carresi, quando su una Jeep facciamo il giro un poco spericolato, della tenuta Banfi. 20 Luglio 2017, ore 10, sotto un sole impietoso che non inganna anzi esalta la bellezza di queste colline dai tanti colori: verdi (le zone vitate), gialle oro (i raccolti) e grigie delle terre in lavorazione. Certo con una produzione di oltre 10 milioni di bottiglie, una estensione di vigne che copre un’area di 800 ettari e una proprietà di 2800 ettari a corpo unico, la più importante in Italia, non potevo immaginare che la terra del Brunello di Montalcino producesse anche susine essiccate da far invidia alle note prugne californiane. Diversificare la produzione: una strategia ormai comune a molte importanti aziende vitivinicole, cui non poteva sottrarsi Banfi: parliamone, come di una curiosità

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Non è vero che il cappello bianco a cilindro dei cuochi sia una caratteristica dei giorni nostri, è vero invece che sin dall’epoca dei Greci e Romani veniva dato un copricapo arricchito di rami d’alloro a chi sapeva preparare cibi e bevande. Sembra che un cappello bianco leggermente più piatto di quello indossato oggi, sia stato usato per la prima volta nel XVIII secolo dal cuoco Charles Maurice principe di Talleyrand. L’aspetto attuale è dovuto al famoso chef Antonin Careme, il quale inserì un cartoncino per renderlo più alto e rigido. Il caratteristico cappello da cuoco ha in realtà ha forma cilindrica per motivi igienici. Infatti il maggiore spazio sopra i capelli consente una maggiore circolazione di aria dato che la cucina è densa di vapori che possono provocare prurito. Il colore bianco è invece dovuto alla pulizia: un diverso colore potrebbe nascondere sporcizie di vario genere. I pasticcieri in genere hanno un cappello più basso, schiacciato come un berretto in quanto il laboratorio di pasticceria ha meno vapori di quello normale.Renzo Pellati “ la storia di ciò che mangiamo” edz Daniela Piazza Editore

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Come è nata la parola cocktail? Il termine è di origine anglosassone ed è composto da “cock” ( gallo) e “tail”(coda).Traducendo letteralmente si ha ”coda di gallo”, che non ha nessuna attinenza con una bevanda alcolica .L’origine della parola pare sia riferita ad un particolare fatto di costume dei secoli scorsi, quando erano di moda i combattimenti fra i galli in Spagna, Inghilterra, Francia del Nord. Queste” gare” crudeli avvenivano in taverne frequentate da forti bevitori e le penne del gallo perdente, diventavano un trofeo per l’avversario . La leggenda dice che il proprietario di un’ osteria, in seguito alla vittoria di uno dei suoi galli da combattimento, servì agli amici una miscela alcolica che , per l’occasione, prese il nome della parte più appariscente dell’animale. Da qui il termine cocktail o coda di gallo che, nella bevanda, derivava anche dai colori usati per la preparazione. Altre fonti indicano che la bevanda sia nata a New Orleans per opera del farmacista Antoine Amedee Peychaud, il quale versava i suoi rimedi- “elisir”- in uno speciale contenitore, chiamata “coquette”, la cui forma ricordava un portauovo.  Per semplificare le cose, i vari clienti quando desideravano questi elisir, chiedevano un “coquetier”, un dosatore simile a un bicchierino. Con il

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Dopo le mucche che producono più latte al suono della musica classica, ora è la volta delle viti. Rosso e bianco per vini più armonici? Ne è convinta Claudia Adami curatrice del progetto che è già praticato alla cantina Riva dei Frati. Arpe a vento e musicisti che suonano durante la vendemmia per poi effettuare la rifermentazione sempre a ritmo di musica alla frequenza di 432 hertz. Ovviamente non poteva mancare la Nona sinfonia di Beethoven !Le curiosità non sono mancate a Vinitaly: dagli assaggi emotivo-sensoriali proposti dal Consorzio Soave.Basta indossare cuffie e occhiali per un approccio al vino fatto di vista, gusto e olfatto. Ci si può immergere così in un grappolo che una volta raccolto, percorre le colline del territorio prima di diventare mosto e poi vino. Tra le novità più interessanti  una “ cantinetta smart ” che consente, tramite l’apposita app su smartphone, di portare alla giusta temperatura il vino da servire per cena. Non solo, la Cantinetta tiene monitorate le condizioni di conservazione delle bottiglie più preziose e di consigliare il proprietario sulla data di consumazione ottimale per ciascun vino.

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Non è vero che il cappello bianco a cilindro dei cuochi sia una caratteristica dei giorni nostri, è vero invece che sin dall’epoca dei Greci e Romani veniva dato un copricapo arricchito di rami d’alloro a chi sapeva preparare cibi e bevande. Sembra che un cappello bianco leggermente più piatto di quello indossato oggi, sia stato usato per la prima volta nel XVIII secolo dal cuoco Charles Maurice principe di Talleyrand. L’aspetto attuale è dovuto al famoso chef Antonin Careme, il quale inserì un cartoncino per renderlo più alto e rigido. Il caratteristico cappello da cuoco ha in realtà ha forma cilindrica per motivi igienici. Infatti il maggiore spazio sopra i capelli consente una maggiore circolazione di aria dato che la cucina è densa di vapori che possono provocare prurito. Il colore bianco è invece dovuto alla pulizia: un diverso colore potrebbe nascondere sporcizie di vario genere. I pasticcieri in genere hanno un cappello più basso, schiacciato come un berretto in quanto il laboratorio di pasticceria ha meno vapori di quello normale.Renzo Pellati “ la storia di ciò che mangiamo” edz Daniela Piazza Editore

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Quando si stappa una bottiglia può succedere che il tappo si rompa, in genere accade perché la punta del cavatappi non è stata inserita correttamente oppure perché non è arrivata fino al fondo del turacciolo. Talvolta è invece colpa di un tappo troppo vecchio e asciutto: per i professionisti muniti di attrezzi speciali non è un problema ma per un “semplice” amante del vino può essere un disastro in special modo se desiderava assaporare un vino pregiato.Per chi ama il vino rompere un tappo è una mezza tragedia: nel tentativo di estrarlo dal collo del contenitore si ricorre generalmente a un ferro da calza o alle forbici ottenendo, nella maggior parte dei casi, di sbriciolare il sughero facendolo cadere nel vino che diventa il più delle volte imbevibile. Ma non è detto che l'incidente debba sempre finire in disastro: esistono diverse tecniche per estrarre un tappo rotto dalla bottiglia.La prima cosa da fare è cercare di togliere la parte rimasta nella bottiglia avendo cura di non romperla ulteriormente meglio evitando di utilizzare cavatappi con il succhiello.Si può invece usare il cavatappi a lame, soprattutto nel caso di turaccioli molto bagnati di vino oppure vecchi e fragili. Se non lo si

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