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Rubrica di Emanuela Medi

Cultura: Il vino a Pompei

“ Da dove potremmo iniziare se non dalle viti, per le quali la supremazia dell’Italia è incontestabile, tanto che solo con le sue vigne sembra aver vinto tutte le altre genti, persino quelle che producono profumi; e d’altronde  cosa si può preferire alla vista di una vigna fiorita?” 
(Plinio Il Vecchio)
Il vino, dopo l’acqua, era la bevanda più utilizzata nel mondo romano antico. Rimedio contro gli affanni (Properzio) addirittura benefico fino alla ubriachezza quando si trattava di gravi preoccupazioni( Seneca), piacevole rimedio contro le malinconie (Orazio), complice nelle notti d’amore. Il vino non mancava nella vita dei romani e nella vita dei Pompeiani. Nei Thermopolia che si aprivano sulle strade della città, il vino era servito caldo, quando accompagnato da cibi già pronti, in quanto  serviti con facilità. Una manifestazione di ricchezza era il vino raffreddato nella neve, per non parlare del vino consolare a ricordo del nome di un console.. Vini che erano stati custoditi in speciali cantine  sotto il consolato di un antico console e degustati in particolari circostanze.
Vino mielato e vino speziato per dare sapore al vino vecchio Falerno: si perché anche Plinio, come Columella, consigliavano di bere vino vecchio anche se dal sapore amaro diversamente da Marziale che lo preferiva allo stato puro. A ognuno il suo: chi lo amava con aggiunta di mirto, chi di mirra,chi di menta, chi di semplice pepe. C’ere anche chi aveva inventato il Falerno rosato ottenuto con infusione di petali di rosa cui veniva tolta l’unghia bianca con un procedimenti ripetuto più volte al giorno. Piacevano i bagni di vino, antesignani dell’attuale bains au vin.
Pompei non  è da meno, conservato nei Dolia, vasi in terracotta tipici delle thermopolia, e molto soggetto ad aria e agenti esterni, questo vino deperiva molto facilmente e assumeva prestissimo sapore di aceto. Per questa ragione  era molto speziato con cannella e affini, miele o ancora più spesso allungato con semplice acqua. La locandiera o magister bibendi non mancava e non solo per riscuotere il dovuto ma più spesso per indicare e servire a chi andava il falerno puro.. tanto per dare tono al momento e alla serata.
 E parliamo del Falerno, gran cru in età repubblicana, conosciuto agli inizi del I sec A.C e considerato già ottimo vino da Plinio, che muore durante l’eruzione del 79 d.c. Rispetto all’altro famoso vino di allora il Cecubo, il Falerno avrà lunga vita anche se Plinio non potè fare a meno di segnalare una fase si regresso attribuita, secondo lui a unna cattiva coltivazione da parte di chi era più interessato alla quantità che alla qualità.
Prodotto nella Campania antica settentrionale, nell’Ager Falernus, corrispondente all’attuale provincia di Caserta, in particolare nei comuni di Mondragone, Sessa Aurunnca, Celolle dove si produce il Falerno del Massico DOC, il Falerno conosce una datazione che addirittura risale a prima del III secolo A.C (già considerato un ottimo prodotto enologico) risalente ai Greci. 
E’ verosimile che costoro abbiano introdotto tecniche di vinificazione presso le popolazioni  stanziate vicino Capua,, anche se solo con l’arrivo dei romani nel IV secolo ci furono le condizioni per produrre e commercializzare questo vino in Campania e nel resto dell’Italia Meridionale. La prima anfora vinaria utilizzata dai romani, che per altro è la guida della produzione enologica nell’Ager Falernus è un contenitore, utilizzato nella Magna Grecia e preso in prestito per trasportare il surplus di produzione provenienti dalle coste Tirreniche. Si fa risalire a cavallo tra il III e II secolo A.C la produzione di anfore vinarie per il trasporto del vino falerno anche se in quel periodo non possiamo considerarlo DOC.

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Emanuela Medi giornalista professionista, ha svolto la sua attività professionale in RAI presso le testate radiofoniche GR3 e GR1. Vice-Caporedattore della redazione tematica del GR1 “Le Scienze”- Direttore Livio Zanetti- ha curato la rubrica ”La Medicina”. Ha avuto numerosi incarichi come il coordinamento della prima Campagna Europea per la lotta ai tumori, affidatole dalla Commissione della Comunità Europea. Per il suo impegno nella divulgazione scientifica ha ottenuto numerosi riconoscimenti: Premio ASMI, Premio Ippocrate UNAMSI, premio prevenzione degli handicap della Presidenza della Repubblica. Nel 2014 ha scritto ”Vivere frizzante” edito Diabasis. Un saggio sul rapporto vino e salute. Nello steso anno ha creato il sito ”VINOSANO” con particolare attenzione agli aspetti scientifici e salutistici del vino. Nel 2016 ha conseguito il diploma di Sommelier presso la Fondazione Italiana Sommelier di Roma.. Attualmente segue il corso di Bibenda Executive Wine Master (BEM) della durata di due anni.

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