Petit Verdot: un vino dagli inaspettati successi tra Toscana, Lazio e Sicilia | Vinosano

a

I Tag di Vinosano
Rubrica di Emanuela Medi
 

Petit Verdot: un vino dagli inaspettati successi tra Toscana, Lazio e Sicilia

In Francia, nel Médoc Bordolese, non hanno molta fiducia in lui, però è quasi sempre “invitato” a far parte del blend. In Italia, invece lo si sta riscoprendo e a ragione. Quatto quatto si è infilato in qualche vino Doc e Igt, e qualcuno lo vinifica addirittura in purezza

Si chiama Petit Verdot, ed è un’uva che sta dando buoni risultati lungola Penisola, in qualche caso straordinari

Semiestinto, torna lentamente in auge

Vitigno storico del Bordolese, coltivato solo nel Médoc, oggi lo si ritrova anche nella zona delle Graves. Matura tardivamente, ma, una volta vinificato, apporta al vino colore intenso, ricchezza di tannini e potenza aromatica. L’uva è coltivata in poche centinaia di ettari e figura ancora come componente minore nei cosiddetti Grandruclassé del Médoc. Vitigno difficile, nel Bordolese maturava bene solo una o due volte per decennio, e quindi era ormai in via d’abbandono, ma con il riscaldamento climatico degli ultimi anni è in corso un moderato ritorno al reimpianto. Certo, ha bisogno di molte cure e attenzioni:dovrebbe avere la testa al sole e i piedi all’umido, come dicono nel Bordolese.

Struttura forte in tannini (da ammorbidire ovviamente con le botti piccole, le barrique), colore rosso profondo, bei profumi di mirtilli, violetta, caffè, cacao e cuoio. Potenza in bocca.

In Italia

Il Petit Verdot è contemplato in alcune Doc, come Bolgheri Rosso, Offida Docg Rosso, in alcune Igt, come Lazio, Sicilia e Toscana (anche in purezza).

Il migliore

Particolarmente interessante è l’esperienza di un piccolo (90 mila bottiglie l’anno) e rigoroso produttore toscano, Campo alla Sughera, di Bolgheri, proprietà della famiglia Knauf. Nei circa 17 ettari coltivati, le viti (tranne il Vermentino) sono quasi tutte di origine francese: Cabernet, Sauvignon e Franc, Merlot, Petit Verdot appunto, e per i bianchi, Sauvignon e Chardonnay). Qui il Petit Verdot ha trovato una sua collocazione precisa, è addirittura maggioritario nel vino-simbolo dell’azienda, il Campo alla Sughera, prodotto solo nelle annate migliori, ed entra col 20%, alla pari del Merlot (il 60% va ai due Cabernet) nel Bolgheri Superiore Arnione, secondo vino rosso  per importanza. Per capirne di più sulla rilevanza del vitigno Petit Verdot, è opportuno lasciare la parola all’enologo Giovanni Bailo.

Racconta Bailo, che dopo anni di esperimenti in campo con i vari vitigni, quello che ha fornito le prestazioni migliori e più omogenee è stato proprio il Petit Verdot. “Quest’uva può dare vini molto strutturati, data la sua superiore dotazione di polifenoli, ma anche completamente fuori misura, squilibrati. E invece nel nostro terroir il vino risulta sì potente e ricco, ma anche elegante ed equilibrato”. Come mai? Bailo ritiene che il segreto, a Campo alla Sughera, stia nel terreno a matrice sabbiosa, ma con sottosuolo più variegato. Le sabbie insomma ingentiliscono l’uva, senza nuocere alla sua complessità aromatica. Un altro accorgimento consiste nella lunga maturazione, di ben quattro anni (due in legno e due in vetro). Il rovere è quello di barrique francesi nuove, ben stagionate all’aperto per almeno 48 mesi.

Toscana Igt, Campo alla Sughera 2009

Tra le annate più interessanti il 2009, la quarta  del Campo alla Sughera. I primi due anni (2006 e 2007) al posto del Cabernet c’era il Merlot, poi dal 2008 si è optato per il Cabernet franc. Il 2010 e il 2014 non usciranno, visto che le vendemmie non sono state all’altezza di un prodotto che si vuole d’élite. Ma ecco la valutazione di Bailo, ch coincide sostanzialmente con il mio giudizio, espresso nel corso di una cena ad hoc all’eccellente ristorante Il Montalcino di Milano, fondato dall’indimenticabile Edgardo Sandoli e oggi gestito dalla figlia Marta.

Sostiene Bailo: “Colore densissimo e compatto fino al bordo, profumo fine e di variegata complessità” (si coglie tutto, dai fiori ai frutti, dalle spezie alle note balsamiche, poi liquirizia, tabacco, cioccolato). Infine: “Sapore elegante, rotondo, avvolgente e lunghissimo”. Non si potrebbe dir meglio.  Un vino adatto alla selvaggina, a uno stracotto, a formaggi stagionati.Prezzo: sui 60 € la bottiglia.

Anche nel Bolgheri Superiore Arnione 2010 (36 €), a ben sentire, si avverte la presenza del Petit Verdot  nell’evidente speziato e nella complessità olfattiva.

Petit Verdot nel Lazio

Tra gli Igt del Lazio  il Petit Verdot, sembra aver trovato condizioni ideali nell’Agro Pontino, in provincia di Latina. Per questo terroir, gli esperti parlano di persistente brezza marina, grande luminosità e terreni caldi che permettono la piena maturazione dell’uva (ricordiamo che si tratta di una varietà tardiva). Però, c’è chi lo fa bene e chi tende a svilirlo.

Svetta il Petit Verdot di Casale del Giglio (loc. Le Ferriere, Latina), l’azienda agricola della  famiglia Santarelli, che produce circa 1,2 milioni di bottiglie l’anno. L’enologo Paolo Tiefenthaler utilizza l’uva Petit Verdot in misura diversa nei vini come il Mater Matuta (un Syrah, in prevalenza, 15% di PV) e Madre Selva (Cabernet Sauvignon 40%, 30% PV, 30% Merlot).

Il Petit Verdot 2013 in purezza non raggiunge le vette di complessità e profondità del Campo alla Sughera, ma è fruttato, polposo, con un suo velluto particolare e sentori che spaziano dalla ciliegia al ginepro, fino al pepe bianco (ricorda, per certi versi, un vino piemontese poco noto come la Pelaverga di Verduno). Viene effettuato il cosiddetto délestage, una tecnica che prevede la svinatura parziale del mosto ancora in fermentazione per riossigenare il futuro vino e disperdere la vinaccia omogeneamente: si accentua così la cessione degli antociani, che danno il colore rosso e dei polifenoli. Prezzo: solo 10 € la bottiglia.

Il Lazio Igt Petit Verdot 2013 della Cantina Sociale di Monte Porzio Catone sarebbe imbattibile come prezzo: 3,98 € la bottiglia sugli scaffali del supermercato Esselunga Dire che questo vino sia imbevibile, sarebbe eccessivo; certo, confrontato con quello di Casale del Giglio  risulta “moscio”, un po’ scombinato, senz’anima.

Sicilia

Producono anche Nero d’Avola e Moscato di Noto, ma il vino portabandiera di Baglio di Pianetto della famiglia  del conte Paolo Marzotto, in primis la nipote Ginevra Notarbartolo di Villarosa, è un Petit Verdot in purezza: il Carduni. Siamo in Sicilia, a Santa Cristina Gela, una delle tre comunità albanofone dell’isola, a 25 km da Palermo. Su circa 550 mila bottiglie di vino biologico, solo 6500 sono qualificate come Sicilia Igt Petit Verdot, ma rappresentano il vertice, assieme al Nero d’Avola Cembali. I vigneti sono situati a circa 650 metri s.l.m., su suolo argilloso e con notevole escursione termica. E qui,  la pianta del PV cresce bene, sana e dà grappoli ottimi per la vinificazione. L’irruenza caratteriale del vitigno abbisogna di una lunga maturazione nelle piccole botti (18 mesi) e di ugual tempo in bottiglia. Il 2011 è pieno, compatto, di gran corpo (supera i 14° d’alcol), speziato, con ricordi di frutta matura, cuoio, ma anche cacao e menta. Grande Piccolo Verdot (circa 25 € la bottiglia).

 

Gian Luca Moncalvi – (Il MoncalVini)

Scritto da

VINOSANO nasce nel 2014 come naturale proseguimento di VIVERE FRIZZANTE, edito Diabasis, un saggio di Emanuela Medi giornalista scientifica che ha voluto indagare sul rapporto ”vino e salute”. Dati, ricerche , interviste hanno messo in luce i tanti aspetti positivi per la salute, ma anche negativi della più antica bevanda della storia. Ma allora, come oggi, il bere positivo ha un significato più profondo: parla di noi. VIVERE FRIZZANTE come VINOSANO: un percorso nella trasversalità del vino

Nessun commento

Lascia un commento