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Rubrica di Emanuela Medi
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Degustazioni

Piccoli perché la produzione non supera le 10.000 bottiglie, preziosi perché si percepisce subito che sono “diversi” e non perché sono naturali o biodinamici ma perché in ogni bottiglia vi è l’impronta personale, unica del produttore che non ha voluto un gusto facile, per tutti i palati ma  ha creato freschezza, sapidità, erbe aromatiche, fruttato esotico, pasticceria insomma un mix inusuale da rimanere lungamente impresso. Una piacevole scoperta per caso, mangiando una sera alla trattoria ”Il Torchio” di Frascati. Lui il proprietario Luigi Valente, per carità, e ci tiene  dirlo, senza qualifiche di sommelier o assaggiatore.. se non la passione di andarsi a cercare i tanti piccoli e particolari  vini in quella parte del Lazio che si raccoglie attorno ai Castelli Romani e non solo. Magro, alto, ottimo cuoco, grembiule, barba doverosamente lunga    che hanno- chissà perché gran parte di questi filosofi- ricercatori del vino- come una divisa. Carta  dei vini spettacolare, con  il primo assaggio: RIBOLIE della cantina Ribolà- Monteporzio Catone- 2017, Malvasia 100% Rifermentazione in bottiglia, non filtrato, leggermente frizzante. Si presenta ovviamente un poco torbido dal colore giallo dorato. Siamo in una terra caratterizzata dalla presenza di vulcani spenti: al naso colpisce la nota dominante di forte mineralità associata a pietra

LA STORIA Il comune di Barbara in provincia di Senigallia (AN) affonda le sue radici nel VI secolo, epoca dell’invasione dei Longobardi. Il borgo, arroccato su una cresta collinare tra i fiumi Misa e Nevola, conserva ancora il Castello duecentesco, conteso un tempo da Guelfi e Ghibellini e la statua di Santa Barbara, protettrice della città, nell’omonima chiesa barocca. Caratteristico è un monastero utilizzato fin dall’antichità per la fermentazione del vino dove oggi sorge la cantina dell’Azienda vinicola Santa Barbara; qui barrique classiche da 225 litri e tonneau da 450 litri godono di temperatura e umidità costanti durante tutto l’anno. Nei primi anni Ottanta Stefano Antonucci lasciò il lavoro di bancario per dedicarsi al rilancio delle uve autoctone: Verdicchio Castelli di Jesi, Montepulciano e Lacrima di Morro d’Alba; e alla creazione di vini dal “gusto internazionale” di forte personalità come il Merlot, il Syrah e il Cabernet Sauvignon. Quarantacinque ettari di terreno con vigneti tra i 25 e i 40 anni di età si distendono per le colline del comune di Barbara, attraversando Serra de Conti, Montecarotto, Arcevia fino a Morro D’Alba e Cupramontana. I terreni tra il Mare Adriatico a est e la catena degli Appennini ad ovest sono argillosi e ricchi d’acqua e in vigna la lavorazione dell’uva da gennaio a ottobre viene svolta a mano da attenti

Nella Toscana delle dolci colline e dei borghi fatati i Vinsanti sono tanti e tutti validi. Tra questi se ne annoverano alcuni celebri e preziosi come il Vin Santo di Montepulciano, ed altri piccoli e ricercati come quelli della Rufina, dei Colli Aretini e di Carmignano . Ad ogni modo, quello che rappresenta la tradizione più consolidata è senza dubbio il Vin Santo del Chianti Classico ,il più antico vino naturale del belpaese. D’altro canto, è innegabile che il fascino di questo prodotto caloroso, a tratti casalingo, risieda proprio in quelle imperfezioni che spesso lo caratterizzano e che lo rendono quasi imprevedibile nei suoi sviluppi. Altrettanto certo è che il suo processo di produzione non sia stato influenzato dell’enologia moderna, tant’è che ancora oggi lo si ottiene alla maniera degli “avi“, ovvero lasciando le uve appassire naturalmente su penzoli, fermentando il mosto spontaneamente e imbottigliando a conclusione del lungo invecchiamento senza ricorrere né a chiarifiche, né ad aggiunte di solfiti. Questo approccio non interventista è perfettamente in linea con l’identità tradizional-popolare di questo nettare casereccio, non di rado vinificato in maniera amatoriale con uve acquistate, e del quale molte famiglie Chiantigiane tengono in cantina un caratello o una damigiana da cui spillare

Il borgo toscano di Pitigliano sito a 313 metri sul livello del mare sorge su un promontorio tufaceo circondato da verdi vallate di estrema bellezza; secondo una leggenda, la fondazione della città sarebbe dovuta a due romani: Petilio e Celiano; dalla fusione dei loro nomi sarebbe derivato Pitigliano. Entrando in città si oltrepassano gli archi dell’Acquedotto Mediceo, imponente costruzione edificata dai Medici per l’approvvigionamento idrico degli abitanti. Il borgo ha più di sessanta vicoli tra cui le Vie sacre scavate nel tufo dagli etruschi per ricavare sbocchi di comunicazione e luoghi di culto. Le abitazioni conservano ancora i caratteristici stemmi gentilizi e le cornici di travertino alle finestre. Nel sottosuolo del paese si aprono gallerie con pareti alte anche venti metri e lunghe circa un chilometro, rifugio per la comunità ebraica fino al ‘400; Pitigliano viene definita infatti la “Piccola Gerusalemme”, oggi permangono cantine e macellerie Kasher; visitabili il museo ebraico e la Sinagoga. Non lontano da qui Domenico Pichini, pitiglianese di nascita nei primi anni ’90 apre il suo ristorante il “Tufo Allegro”, dove all’interno sono visibili le caratteristiche pareti in roccia. Con grande attenzione alla provenienza e la stagionalità delle materie prime lo chef ripropone ricette tipiche maremmane con delle

È un’etichetta celebrativa quella che accompagna la nuova annata di Le Serre Nuove dell’Ornellaia, che presenta oggi il suo 2017. Sono trascorsi esattamente 20 anni da quando nel 1997 in tenuta fu deciso di affiancare ad Ornellaia un vino che, con un blend delle quattro varietà coltivate in Ornellaia – Merlot in prevalenza, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Petit Verdot – ne proponesse la stessa classe ma di più immediata lettura. E oggi quel 20 campeggia al centro dell’etichetta a ricordare una storia di successi che negli anni ha accompagnato Le Serre Nuove dell’Ornellaia e permesso l’affermarsi della sua personalità.  [caption id="attachment_13471" align="alignleft" width="231"] La nuova annata de Le Serre Nuove di Ornellaia[/caption] Quella di vino capace di lungo invecchiamento ma al tempo stesso di estrema piacevolezza fin dalla sua immissione sui mercati. Espressione alta della sua denominazione, Bolgheri Rosso Doc, interpretata con il savoir faire e lo stile della tenuta. Il blend è il risultato della valutazione dei vari vini base così come delle uve provenienti da specifiche parcelle del parco aziendale, avendo ben presente il vino che si vuole creare: un’altra faccia di Ornellaia.  Le Serre Nuove dell’Ornellaia 2017 è frutto di un’annata calda e siccitosa che il destino ha voluto ricordasse

Il 28 novembre scorso l’Osteria Rione 22 dello Chef Roberto Cipolla ha ospitato una serata di degustazione con i vini della cantina Falzari abbinati a quattro piatti creati per l’occasione. L’occasione d'incontro con lo Chef ha mostrato come Roberto, oltre a essere una piacevole compagnia e un cuoco con tanta umiltà, incarni l’essenza del cuoco non soltanto svolgendo una professione di servizio, ma inseguendo una passione, arricchendo e alimentando una visione alimentare salutista. L’impostazione è quella di prediligere una cucina mediterranea fresca e leggera con una prevalenza di vegetali, cominciando da prodotti selezionati e necessariamente di qualità, in funzione della ricerca dell’equilibrio. Il successo di un piatto per lo Chef è il perfetto equilibrio degli elementi di estetica, gusto e salute; un trittico finalizzato alla qualità che però necessariamente richiede studio e apprendimento sulle più moderne tecniche di cottura. Questa ricerca ha portato Roberto a specializzarsi in nutrizione culinaria e cucina antiaging, creando piatti mediterranei che fanno bene alla salute, con abbinamenti di ingredienti organizzati per ottenere risultati bilanciati, con meno grassi, meno zuccheri e più fibra. Per la presentazione della linea dei vini della cantina Falzari il proprietario Sergio Falzari, originario della Sardegna, nel 2000 inizia una produzione agricola e vitivinicola a