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Rubrica di Emanuela Medi
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Degustazioni

“È tempo di relax, è tempo di Santory”: i fan del film ‘Lost in translation’ di Sofia Coppola ricorderanno bene la battuta-tormentone che accompagna il personaggio di Bill Murray durante la pellicola. L’attore in declino, interpretato da Murray, si trova a Tokyo per pubblicizzare il whisky giapponese Santory, situazione che nel 2003 (anno di uscita del film) appariva surreale, tanto sembrava impensabile associare questo genere di distillato al Giappone.

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Perdersi in quel di Poggiobello di Farneta (Cortona) per incontrare e visitare l’azienda di Stefano Amerighi, è facilissimo. Non esiste cartello, freccia, nome , solo stradine tortuose, sterrate e una bellissima natura caratterizzata da un sistema collinare chiamato il CHIUSO – il più qualificato per la viticoltura cortonese -  disseminato di vigneti e campi agricoli dove sovrana è la cura, l’ordine a testimoniare lo stretto legame tra  uomo e territorio.

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Nove è il numero dei colli romagnoli, ma anche l’inizio di “ Novecento” quel periodo dove in Romagna la spumantizzazione aveva una storia importante ed era apprezzata a livello internazionale. Ma soprattutto Nove rappresenta oggi, un progetto, meglio quel progetto in grado di dare alla Romagna una bollicina identitaria in grado di  affrontare il mercato interno e internazionale.

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Dalla vendita del vino al bicchiere all'attuale produzione di 4 milioni di bottiglie, ne ha fatta di strada la famiglia Volpi da quando nel 1914 compra nel centro di Tortona una vecchia osteria il ”Cappel verde” e fortuna volle, in questo caso, che la vicinanza -durante la prima guerra mondiale -di una caserma, fece volare gli incassi! Quattro generazioni hanno creato quella che è riconosciuta come l’azienda di riferimento dei Colli Tortonesi, appunto le Cantine Volpi.

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Appunto, nulla di scontato in questa enoteca di via Taranto a Roma (zona San Giovanni) che si fa notare per l’impostazione rigorosa e lineare volutamente scelta per dare la massima visibilità e coerenza ai vini esposti. Una logica quasi matematica che rispecchia non solo la professionalità di coloro che la gestiscono Mirko di Mambro  e il patron Giorgio Mansueti  ma la stessa impostazione di  Verso che ama proporre il biodinamico: quindi niente sovrastrutture, impalcature, orpelli aggiunti ma linearità, semplicità, naturalezza perfettamente espressa dal materiale scelto delle scaffalature di legno e corten.

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Ci vuole coraggio per tenere un vino in cantina per un decennio, lasciarlo maturare finché non è davvero pronto e poi proporlo al mercato già invecchiato. Bisogna fare conti con i creditori, con i distributori, con i costi mostruosi legati alla giacenza, con le entrate mancate e con consumatori sempre più pregiudizievoli e preoccupati di portare a casa un vino "vecchio". Occorre avere pazienza, capacità tecnica e comunicativa, determinazione ed anche un pizzico di follia. Purtroppo, la maggioranza dei produttori non possiede queste caratteristiche, e pertanto sceglie strade più facili, offrendo vini godibili in gioventù ma destinati a spegnersi prematuram

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Il nome, monaco è evocativo dell’importanza dei monaci soprattutto in Borgogna. Benedettini e Cistercensi avevano ettari di vigneti che hanno preservato e coltivato e a loro si devono i primi clos, ovvero recinzioni, con le  prime classificazione dei vigneti. Sono i monaci a capire l’importanza delle parcelle e quindi dei primi cru che ancora oggi esistono come clos St Danis, clos de Beges, clos de la Roche, vigneti di uve a bacca rossa, così Monrachè, il miglior vino bianco del mondo, il cui nome viene dalla testa rapata di un monaco. In Europa tutti hanno seguito la legislazione francese tranne l’Italia e la Spagna con le doc.

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