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Rubrica di Emanuela Medi
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La vendemmia 2019 avrà una produzione mondiale decisamente più bassa, 258 e i 276 milioni di ettolitri, rispetto il 2018, che ha visto una annata decisamente abbondante. Le stime presentate recentemente a Parigi dall’ Organizzazione Mondiale della Vigna e del Vino (Oiv), sottolineano che nonostante un calo del 10% sul 2018 la produzione del 2019 è comunque nella media degni anni 2007 – 2019. Bisogna però tener conto delle differenze da zona a zona, visto che nell’Unione Europea la produzione di vino 2019 è stata fortemente condizionata dal clima, dalle gelate e dalla siccità, risultato inferiore del 15% rispetto all’anno precedente. Si tratta di un calo di 26,7 milioni di ettolitri sulla produzione 2018 che è stata di 182,7 di ettolitri. E’ interessante notare infatti che Italia, Francia e Spagna con una flessione rispettivamente del 15% (per Italia e Francia) e del 24% in Spagna, altri paesi, come la Germania, l’Austria, l’Ungheria, il Portogallo e la Romania, i livelli di produzione sono stati nella media degli ultimi 5 anni. Per quanto riguarda il nostro paese, sono da valutare attentamente le parole che il Ministro delle Politiche Agricole, Teresa Bellanova, ha detto a chiusura del Congresso degli Enologi Italiani che si è svolto

Momenti difficili anche se non drammatici per il vino italiano anche se i numeri ,come ricorda l’osservatorio Nomisma, nei primi 8 mesi del 2019 registrano una crescita delle spedizioni aumentata del +3% in valore ma comunque inferiore al +14% della Francia, che se la devono vedere con i dazi del +25% voluti dall’amministrazione Trump che ha però risparmiato lo Champagne ed i vini superiori ai 14 gradi,  costituiti per lo più dai vini bordolesi. Per nostra fortuna siamo esclusi almeno per il momento dalla lista dei “cattivi”. Gli esperti comunque invitano ad allargare il mercato americano per il momento confinato a New York per guardare ad altre importanti città come Los Angeles, Chicago. Il mercato estero sembra aver iniziato il 2019 positivamente e nei primi 5 mesi dell’anno (dati elaborati da ISMEA su base ISTAT) le esportazioni italiane si attestano sugli 8,6 milioni di ettolitri a volume (+11% rispetto agli stessi mesi del 2018), a fronte di una progressione del valore che ha raggiunto i 2,5 miliardi di euro (+5,5%). Se i dati dei mesi successivi dovessero confermare questa tendenza, a fine anno potrebbero essere sfiorati i 22 milioni di ettolitri per un indotto che potrebbe raggiungere i 6,5 miliardi di

Nero su bianco e il coraggio di ammetterlo: come emerge dallo studio di Pambiancola grappa italiana soffre per la crescita contenuta dell’ultimo esercizio. Non è certo tutto da addebitarsi a una delle più scarse vendemmie per resa-2017- con conseguente riduzione della materia prima a disposizione delle aziende e con  evidente riflesso sulla produzione dell’anno 2018, ma certamente anche questo ha influito molto. Il simbolo degli spirits made in Italy pur consapevole di essere sempre un segmento di nicchia, perché prodotto soltanto dalle vinacce italiane, conferma la propria solidità sia con il lieve incremento dei ricavi registrato anche in quest’annata difficile sia con la marginalità registrata dai suoi primi quattro player per fatturato. Branding e export, le leve per crescere:  la presenza di marchi forti rende solido il settore rendendolo capace di reggere anche ad annate difficili come il 2018.  Il secondo obiettivo, l’export punta sul mercato statunitense, molto potenziale ma difficile a causa di un retaggio culturale legato alle grappe super strong dei nostri immigrati. Ma loro, la top ten, dati alla mano  segnano tutte una buona ripresa da: Bonollo Umberto, che opera con il marchio OF, si riconferma in vetta alla classifica e ha registrato una crescita vicina al 18% rispetto l’anno

E’ una eccellenza riconosciuta de Made in Italy ma da troppo tempo( 2002) il nostro Paese ha perso la leadership mondiale come primo Paese esportatore: siamo tallonati dal mercato Asiatico che oggi ha superato quello Europeo fornendo il 46% della produzione mondiale  mentre l’Europa si è fermata il 25%. Ma l’aspetto più preoccupante, per il nostro Paese, è la forte diminuzione degli i ettari coltivati ad uva da tavola che sono diminuiti dal 2008  del 66%. Rimaniamo  comunque il primo Paese produttore europeo con 1 milione  di tonnellate raccolte :Puglia seguita dalla Sicilia e dalla Basilicata le regioni a maggiore vocazione di uva da tavola, Non ci dispiace un breve focus su questo prodotto ricco di elementi nutritivi quali sali minerali, vitamine, zuccheri, ampiamente utilizzata nella alimentazione, in estetica  e curativa( ne parleremo!) proprietà tutte che hanno un iter diverso da quello dell’uva da vino fin dal momento della raccolta! Si perché a differenza del vino i cui acini vengono vendemmiati prima della maturazione completa in modo che venga preservata   quella acidità e freschezza indispensabile per l’invecchiamento, gli l’uva da tavola viene raccolta a maturazione completa quando gli zuccheri hanno sostituito gli acidi presenti nell’acino stesso: allora si che avremo sulla

“Non è vero che ci sia un ritorno massivo dei giovani verso l’agricoltura, un fenomeno   non rilevabile  da un punto statistico  in quanto sono poche migliaia di persone- dice in questa lunga intervista Lucio Fumagalli, Presidente dell’Istituto Nazionale di Sociologia Rurale-  c’è invece un fenomeno estremamente importante che è la  notevole crescita della percezione positiva  rispetto alla attività dell’imprenditore agricolo   la cui immagine non è più quella  del contadino.”

Anche se il nostro  paese non rientra tra i principali fornitori di prodotti agroalimentari, pesando appena 1,5% , pur tuttavia il Made in Italy è molto apprezzato e in crescita  in un paese come il Giappone che con un valore superiore ai 57 miliardi rappresenta il quinto mercato al mondo  e il cui  Pil pro capite è superiore del 10% a quello italiano.