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Rubrica di Emanuela Medi
 

Alberi, arbusti e antiche pergole. Nei nomi delle strade la Napoli agreste

Prima che Ferdinando IV, con il reale dispaccio del 1792, desse ufficialmente inizio al sistema moderno di denominazioni, a Napoli i nomi delle vie, incerti e non ufficialmente codificati, derivavano soprattutto da antichi toponimi. Toponimi , dove la presenza di freschi pergolati e alberi di vario tipo evocavano con forza l’immagine di un’altra Napoli. Una Napoli che la forza del tempo e l’azione degli uomini ha distrutto ma, qua e là non ancora cancellato del tutto, sia appena fuori le mura sia nel cuore stesso della città.

E questo vale soprattutto per quelle vie che si richiamavano ad alberi piantati per i loro frutti, come Piazzetta Olivella, il vico Pero, il vico del Fico, il vico e il vicoletto Limoncello,le varie strade intitolate ai numerosi, grandi alberi di noce e “nocelle”, come a Napoli si chiamano le nocciole (vico Noce, e il vico Nocelle) e, secondo alcuni deriverebbe da un albero anche il toponimo del Melofiocco che in città sarebbe stato molto diffuso.

Questo ricordo emerge, naturalmente, anche dai nomi delle strade che rimandavano ad un’antica vegetazione spontanea .Ancora oggi ricordano, ad esempio, i nostri comunissimi pini mediterranei, non solo la celebre Pignasecca, ma anche il dimenticato Largo delle Pigne con il vicino Rosariello alle Pigne.

La Pignasecca, detta così, secondo la più diffusa tradizione, in memoria di un grande pino che -come accade di regola a queste piante che raramente vivono più di un secolo- dopo aver compiuto il suo naturale corso degli anni, rimase ancora in piedi a lungo, sia pur secco, nella piazza ancor oggi tra le più frequentate della città. Secondo un’altra tradizione, invece, Il grande pino non sarebbe seccato “naturalmente”, ma improvvisamente appena sul suo tronco sarebbe stata affissa una scomunica, rivolta contro alcuni ladri che usavano tale albero per allevarvi delle piche che, dopo aver rubato oggetti preziosi, li lasciavano sulla pianta da cui essi immediatamente li prelevavano.

Il toponimo Largo delle Pigne è legato a ricordi storicamente più precisi, e si riferisce ad un luogo subito fuori le mura di Porta San Gennaro, dove durante la Repubblica Napoletana del 1799 si accamparono le truppe francesi. I francesi rimasero a lungo all’ombra dei suoi numerosi pini che si estendevano anche al vicino monastero di domenicane, il Rosariello alle Pigne, fondato nel 1630. Nome, questo di Largo delle Pigne, completamente scomparso e sostituito da quello di Piazza Cavour. Piazza che oggi, dopo un ultimo restyling, si è arricchita di tanti, nuovi alberi di ogni tipo tra i quali, tuttavia, nessuno ha pensato, con un progetto più rispettoso degli antichi nomi, di ripristinare i pini che per secoli avevano identificato il luogo.

Altri alberi diffusi nel centro storico erano gli olmi. Basti per tutti ricordare l’antico nome di via dell’Olmo, che aveva una delle più celebri strade napoletane, la strada dei pastori, prima di essere chiamata San Gregorio Armeno.

Talvolta i nomi delle strade evocavano la freschezza non di alberi, ma di cespugli boscosi di mirti, che servivano per accomodare i cuoi e che i napoletani chiamavano mortelle (San Carlo alle Mortelle); o i nomi di pergolati, detti pergole e pergolelle .E così ricordiamo il vico della Pergola e la via del Pergolino, le varie Pergolelle e la più importante Pergola all’Avvocata, nel quartiere omonimo detto “Avvocata” da un titolo della Madonna che, come un solerte avvocato, prende sempre le difese dei suoi fedeli; la Pergola a Nolana, vicino alla famosa Porta che si attraversa per prendere la strada che conduce nell’antica città di Nola.

Una sorta di pergola era anche l’infrascata, una copertura di foglie (frasche) usata perlopiù da trattorie campestri, per proteggersi dai raggi del sole mentre si pranzava all’aperto, o per segnalare con delle frasche l’esistenza del locale.  Infrascata era l’antico nome della via detta poi Salvator Rosa. Il nome si riferirebbe appunto ad un poggio coperto di fresche foglie tra le quali, nel 1556, sarebbe stata aperta la strada che dal Museo porta tutt’oggi al Vomero.

Famosi erano anche tutti gli alberi del gelso,che venivano coltivati per l’allevamento dei bachi da seta, importantissimi per le industrie dei preziosi tessuti di seta ricercati dai nobili legati alla vicina corte (vico Lungo del Gelso), tra la via Toledo e le pendici che salivano verso la collina ove ora si trova il Corso Vittorio Emanuele.

A completare questo quadro di una città ancora campestre, di alberi e piante, pergolati, campi (via del Campo, Campo vecchio)e orti sapientemente coltivati entro le mura cittadine di cui è rimasta traccia anche nel nome (Orticelli a Loreto, Orto del Conte), riferito, quest’ultimo, al celebre Diomede Carafa (m. 1487), conte di Maddaloni, potremmo aggiungere i toponimi legati più specificamente alla conservazione del cibo.

Tra i nomi delle vie che ci ricordano dove e come si conservava il cibo, vale la pena ricordare almeno quelli legati ad alcuni essenziali alimenti: innanzitutto al grano, la cui mancanza rischiava di suscitare sommosse popolari, che veniva conservato nell’attuale via Pessina (Fosse del grano); non lontano si conservava l’olio (Cisterna dell’Olio),mentre vicino al mare, da dove generalmente arrivava, si ammassava il vino (Marina del vino).

Per queste e per molte altre antiche denominazioni, come vedremo meglio poi, oltre al già ricordato Gino Doria, sono utili anche altri e più recenti autori, come, tra gli altri, Romualdo Marrone (Le strade di Napoli 2004).

Antonio Di Fiore

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VINOSANO nasce nel 2014 come naturale proseguimento di VIVERE FRIZZANTE, edito Diabasis, un saggio di Emanuela Medi giornalista scientifica che ha voluto indagare sul rapporto ”vino e salute”. Dati, ricerche , interviste hanno messo in luce i tanti aspetti positivi per la salute, ma anche negativi della più antica bevanda della storia. Ma allora, come oggi, il bere positivo ha un significato più profondo: parla di noi. VIVERE FRIZZANTE come VINOSANO: un percorso nella trasversalità del vino