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Rubrica di Emanuela Medi
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Isola del Mediterraneo, la Sicilia, che non sfugge ad occhi esperti e appassionati per il fermento viticolo degli ultimi decenni; molte infatti le cantine locali e non, che dai primi anni Novanta, ponendo l’accento su terroir e zonazione, hanno investito sull’area dell’Etna, creando “un’isola nell’isola”. Denominazione tra le più antiche d’Italia, riconosciuta nel 1968, si estende a semicerchio, per 700 ettari attorno al vulcano, chiamato dagli etnei “a muntagna”. Patrimonio dell’Umanità Unesco dal 2013, l’Etna con le sue eruzioni produce “sciare” accumuli di lava alle pendici del vulcano che attraverso lunghi processi fisico-chimici danno vita a suoli sabbiosi coltivabili. Ogni colata lavica, avvenuta in epoche storiche diverse, determina una specifica composizione dei terreni: questa è l’impronta che rende unico il micro-territorio di questo vino. Le Contrade attualmente sono 133 ed è possibile menzionarle aggiuntivamente nel disciplinare e 140 le aziende distribuite da nord a sud entro i comuni di Randazzo, Castiglione di Sicilia, Linguaglossa, Riposto, l’antico porto commerciale del vino, Milo, Giarre, Trecastagni, Viagrande e Biancavilla, tra i più noti. Un modo l’area è a bordo del trenino della Ferrovia Circumetnea che percorrere la cosiddetta “Strada del vino dell’Etna” per 110 km con vista sul vulcano tra vitigni, alberi di pistacchio

“Siamo l’isola del vino sostenibile, al centro del Mediterraneo“, ha detto non a caso il presidente di Assovini Alessio Planeta , nel presentare l’edizione digitale di Sicilia en Primeur 2020. E che la Sicilia abbia fatto del biologico e della sostenibilità una vera e propria scelta vitivinicola  lo dicono i numeri con il 34% della superficie pari circa a 100 mila ettari di vigneto bio italiano e un risparmio ogni anno di 750 tonnellate di rame per i trattamenti. “Nell’ambito della Doc Sicilia – ha  detto  Antonio Rallo, presidente del Consorzio Sicilia Doc – sono state prodotte 95 milioni bottiglie, il 19% in più rispetto al 2018, con  il  Nero d’Avola  in testa   col +27%, seguita dallo Zibibbo,  con il +17%”. “Ma quello che ci preme - sottolinea ancora il presidente della Doc- è il +11% della menzione Sicilia da parte delle Doc territoriali: un obiettivo che ci eravamo prefissati nel 2012, quando abbiamo dato vita alla Doc Sicilia”. Una produzione globale importante sui 430 milioni di litri, stabile nell’ultimo quinquennio. Una vendemmia di qualità- sostengono gli enologi della Doc con vini bianchi e rossi ricchi di profumi, corpo, struttura e non eccessivamente alcolici.. Annata eccezionale per Grillo , Catarrato e Nerello Mascalese al top per freschezza e acidità, senza tralasciare la grande

Il primitivo è un vitigno pugliese, espressione coerente del territorio e delle  tradizioni vitivinicole  Pertanto “ la decisione Della Giunta Regionale della Regione Sicilia( DGG 1733) con la quale si autorizza la coltivazione del primitivo sull’intero territorio  crea un pericolosissimo precedente amministrativo”  Inoltre, la sua affermazione commerciale che lo pone come prodotto traino dell’economia vinicola, agroalimentare e enoturistica regionale pugliese, è il risultato di decenni di sforzi e investimenti, sacrifici dei viticoltori. E non possiamo tollerare che tale patrimonio sia sottratto. E’ la dichiarazione congiunta da tutta la filiera di vini di qualità e in particolare  delle Denominazioni e dei Consorzi di tutela di cui ne fanno parte: il Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria doc e docg, il Consorzio del Salice Salentino doc, il Consorzio del Primitivo di Gioia del Colle doc, il Consorzio di Brindisi e Squinzano doc, il Consorzio dei vini doc e docg Castel del Monte, l’Associazione Nazionale Le Donne del Vino delegazione Puglia, il Consorzio Movimento Turismo del Vino Puglia, Assoenologi Puglia Basilicata e Calabria, Cia-  Agricoltori Italiani Puglia e la Confagricoltura Puglia a sostegno delle dichiarazioni rese nelle ultime ore dal Senatore  Dario Stefàno, in merito alla tutela dell’uva più importante del sistema vitivinicolo pugliese. In particolare, in merito

La Cucina Mediterranea fin dalle origini mostra chiara la sua appartenenza, da un lato alle due sponde del mare che, proprio dal suo stare stretto tra le terre che lo circondano è detto “Mediterraneo”, dall’altra all’opera delle donne che quelle sponde hanno abitato. E che queste terre -quella europea e quella afroasiatica- che oggi ci appaiono spesso contrapposte e profondamente diverse, abbiano avuto nella lunga durata una storia comune, è visibile da tanti punti di vista. Oggi ci soffermeremo su una piccola storia dei dolci, che, più di tante cose, testimoniano questa comunanza delle culture. Ciò accade soprattutto in Sicilia. a cominciare dai dolci, perché fu lì che gli arabi importarono lo zucchero di canna, i pistacchi, le arance, senza le cui bucce candite molti dolci non esisterebbero, e le mandorle che nelle mani delle donne, soprattutto delle monache, diventarono quella pasta di mandorle, detta anche, dal nome di un convento «Martorana» componente tra le più ricercate nelle tavole aristocratiche. Infiniti, dunque, i dolci inventati o perfezionati dalle donne, che partiti dalla Sicilia e più tardi anche dalla Spagna o da altri paesi “di mare”si sono diffusi. Anche le tristi diaspore ebraiche provocate dalle varie “espulsioni”, a partire da quella celebre del

Un’isola che è un continente per la ricchezza di materie prime, specialità, tradizioni, culture e ricette: a navigarla con una cena d’eccezione saranno gli chef Marco Baglieri (ristorante Crocifisso, Noto) e Tony Lo Coco (I Pupi, Bagheria), che il 14 luglio si incontreranno per una prima tappa a Noto nelle cucine del ristorante Crocifisso.

Se pensate  che il Marsala possa avere come unico abbinamento il dessert , meglio se al cioccolato, vi sbagliate di grosso: per fortuna a mescolare le carte ci ha pensato, Francesco Intorcia, le cui cantine di famiglia, fondate nel 1930, celavano un tesoro  di inestimabile valore : tini contenenti annate vecchie di Marsala: ” Da quel momento -dice Francesco Intorcia- ho capito che questo famoso vino stava perdendo inesorabilmente la sua bellissima storia, le sue radici , la sua memoria e con essa l’eredità della nostra famiglia”.